Ad esempio a me piace questo Baladi

Giro giro tondo

proprio qui nel nostro mondo

liberi ancor non siamo

e diritti non ne abbiamo

Corri, corri via,

c’è un colono sulla via

mai da sola posso stare

né dal campetto ritornare

Ma fermi, fermi tutti

sono nostri questi frutti

questa acqua, queste case

il futuro, niente scuse

Quindi salta, salta a tempo,

e di’ no a questo tormento

Lyn, Talin, Sawar e Lamar

Wadi Fukin mai abbandonar!

Ora giù, giù per terra

non vogliamo questa guerra

ma sui fiori col sole sognar

pace, gioia e libertà.

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Radici

“Questo ulivo è il più vecchio. Ha circa 2400 anni.” Toccando la corteccia guardo gli altri suoi fratelli e sorelle. Tutti questi alberi sono più vecchi del conflitto. Più vecchi della Palestina stessa. Hanno visto la nascita e caduta di civiltà ma non si sa se sopravvivranno a questa guerra. “Per fortuna questo si è salvato dall’incendio, ma quei tre alberi là sono rimasti danneggiati, e quella zona completamente distrutta.” L’uomo guarda corrucciato le zolle di terra dove una volta crescevano gli ulivi mancanti. Quando si dice che gli Israeliani hanno fatto “terra bruciata” non è solo una metafora. L’uomo ci mostra Il resto del suo terreno, offrendoci frutta di ogni tipo raccogliendola dagli alberi per noi. Non importa quanto i Palestinesi abbiano perso, avranno sempre qualcosa da dare a un ospite, a chi ha voglia e tempo di ascoltare.

Hebron è una ferita ancora aperta e fra i più dolorosi campi di battaglia della diaspora Palestinese. Casa di Abramo, prima capitale di Israele e luogo santo per la religione ebraica sotto vari punti di vista, a quanto pare sono abbastanza ragioni per commettere atrocità inspiegabili nel nome di Dio. Shuhada Street ai nostri occhi appare come un cimitero di ciò che esisteva prima del conflitto. Negozi con portoni sbarrati, case abbandonate e un silenzio quasi surreale ci avvolgono mentre camminiamo dove i Palestinesi non posso camminare. Una volta la via era piena di vita, banchi da mercato e negozianti riempivano le strade, ma ora rimane solo un senso di vuoto. Al balcone di una delle poche case ancora abitate c’è un cartello appeso visibile per chiunque cammini il marciapiede: “This is Apartheid”; e un altro subito sotto: “Free Palestine”. A quasi cento metri dall’altro lato della strada ci sono cartelli istituiti dallo stato (militare) israeliano, raccontano la loro versione dei “terribili atti terroristici antisemiti” e della “liberazione del quartiere ebraico dagli invasori arabi”. Mentre cammino penso alle parole di un libro che sto leggendo, a come esistano due tipi di libertà: libertà da e libertà di. Penso anche a come il ramo d’ulivo sia il simbolo internazionale di pace, come una mano tesa verso l’altro, un ponte che potrebbe abbattere qualsiasi muro. Israele non ha solo dato fuoco al ramo d’ulivo, ha imparato a trasformarlo in un’arma, davanti agli occhi del mondo che resta a guardare. E persino per noi è difficile guardare e non cadere nella trappola. È difficile sforzarsi di ricordare che Israele siamo stati noi a dargli vita, a costruirlo e a legittimarlo. È difficile non dissociarsi dalla brutalità e totalità che vedi ai tornelli dei check-point. Soprattutto quando tu, internazionale, sei trattato come in un qualsiasi paese europeo e sai che questo mondo per te è solo temporaneo e non ti riguarda. Non ti viene chiesto di scendere dall’autobus e subire un controllo separato da tutti gli altri, passare sotto un metal detector che suonerà a prescindere o aspettare ore fra i tornelli prima di poter tornare a casa, a 50 metri dal filo spinato e dal cemento. Non cresci sentendoti un invasore in casa tua, sulla tua terra, l’unica che hai mai conosciuto. Noi queste cose non sappiamo neanche cosa significhino. In tutto questo panorama l’unica cosa confortante e familiare sono gli ulivi. Resilienti e secolari, sono stati soggetto di molti canti e poesie durante la storia dell’uomo. Anche se, in un luogo come Hebron, fanno quasi sembrare il conflitto fisso e immutabile, eterno come gli alberi. 

ilaria

Cuori di pomodoro

Polposo, succoso, rosso, appiccicoso.

Il pomodoro è un ortaggio dalle mille risorse e gli abitanti di Wadi Fukin ben lo sanno. E’ una delle coltivazioni più in voga, forse in competizione soltanto con quella del temutissimo cetriolo (ma questa è un’altra storia).

La nascita della coltura del pomodoro in terra palestinese sicuramente avrà origini antichissime ma le narrazioni e testimonianze a noi giunte partono dagli anni ‘70, quando gli abitanti iniziarono a ripopolare il villaggio. 

Infatti, successivamente al ‘48 furono costretti a scappare dalle loro case e pur di non abbandonare i campi, vi facevano ritorno ogni mattina per coltivarli, per poi tornare la sera a Betlemme, nel campo profughi di Dheisheh in cui si erano rifugiati.

Dall’amore per la propria terra, dalla volontà e desiderio di affermarsi e autodefinirsi, è nata nel tempo la Cooperativa delle Donne di Wadi Fukin.

Seme dopo seme, piantina dopo piantina e nonostante le scarse risorse idriche a disposizione, queste donne sono riuscite a costruire delle cattedrali in serra, ogni serra un piccolo regno, ogni regno popolato da piccoli ortaggi, ogni ortaggio un piccolo cuore pulsante, tanti piccoli cuori di pomodoro. 

La Mamma pomodoro, nonché la presidentessa storica della cooperativa, si chiama Shafika (anche detta Nonna Shakifa oppure Shakira in chiave pop) e insieme alle altre pomodoresse, Manal, Umm Naderm, Jamila, hanno iniziato noi volontari stagionali al magico mondo dei Bandura (parola araba per dire pomodoro).

Da bravi cittadini, e da come si nota nella foto, inizialmente era necessaria molta concentrazione per testare e capire dal colore del pomodoro e dalla soffice e soda consistenza se l’ortaggio fosse pronto per la raccolta. Ma nel campo Baladi viene selezionata solo gente molto sveglia per cui siamo diventati rapidamente abili nel riconoscimento e raccolta del cuore di pomodoro maturo.

Tanti piccoli cuori rossi di resistenza pulsano in ogni serra della Cooperativa delle Donne di Wadi Fukin, simboli di resilienza, autonomia e fermezza, sotto l’occhio onnipresente e dittatoriale della colonia circostante.

Cuori di Bandura.

elisa

Senso: uno potrebbe pensare che

Uno potrebbe pensare che in Palestina sia usanza tenere i canarini liberi in casa, per questo si inscatolano i balconi per non far fuggire i fischiettanti e colorati volatili da compagnia che i Palestinesi tanto amano. Uno potrebbe pensare che i Palestinesi siano molto coscienziosi e ricoprano i loro balconi di reti per scongiurare il rischio che uno dei loro bambini si avventuri troppo oltre la ringhiera. Uno potrebbe addirittura pensare che i Palestinesi siano grandi appassionati di fisica e si dilettino nel costruire gabbie di Faraday casalinghe per scambiarsi fulmini tra vicini. 

Queste ipotesi sarebbero comunque meno assurde della realtà dei fatti. La foto che segue è stata scattata a Hebron, ridente località dell’assolato sud Palestinese, città che ospita la moschea di Abramo (quell’Abramo), patria del foul, saporitissimo stufato di fave con aglio e limone. In quello che era il centro di Hebron ora ci vivono tra i 500 e gli 800 coloni Israeliani inisieme ad altri 1500 soldati dell’esercito Israeliano, nel centro di una delle più grandi città palestinesi che conta circa 200’000 abitanti. I simpatici amici riccioluti dicono che quella è casa loro e che è un luogo sacro per il mondo ebraico e che il gioco cel’avevo io ed è mio e ci gioco solo io, ecco. I residenti di Hebron dicono che non c’è bisogno di agitarsi tanto e che comunque qui ci abitavo io, cosa vuoi tu che sei arrivato e vuoi giocare con i miei giochi e manco chiedi permesso, maleducato.

Sta di fatto che i coloni, arrivati nel 1968, fanno un gran casino, si appropriano di uno dei quartieri del centro storico di Hebron e dicono che adesso lì ci stanno loro e vaccelloadireconlamaestra. Il fatto provoca diverse conseguenze, tra le quali: chiusura della città e divisione della stessa in due parti, svariati anni di impossibilità di movimento e forte controllo militare, soffocamento dell’economia della città, conflitto, botte, morti, celosonoandatodireconlamaestra. 

I balconi che si vedono, sono di case palestinesi che affacciano sulla colonia Israeliana (una volta strada centrale di Hebron), questi si sono dovuti chiudere il balcone in una gabbia per evitare i coloni gli tirassero i sassi e la spazzatura in casa. 

Ora se ci fosse una maestra con un po’ di buon senso, insegnerebbe ai bimbi indisciplinati a giocare insieme a tutti gli altri bambini, ma qui non ci sono maestre.

Uno potrebbe pensare che sta roba non abbia senso, uno non avrebbe tutti i torti.

alex

La banda del gallo interrotto

Questa non è una favola.

Adiacente alla più antica abitazione di Wadi Fukin vive un gallo alquanto goffo nel suo pollaio, il suo nome è Abu Gallo e fortuna vuole vederlo respirare la stessa aria dei vicini stagionali dirimpettai. Come accade da 5 anni a questa parte, i suoi vicini, che si chiamano tutti Alécs, sono soliti tornare in gran numero ad agosto per festeggiare il mese più caldo dell’estate, così, contento, lui ogni anno si prepara a cantare per loro.

Abu Gallo ha sempre sognato di vivere pacificamente, anche al di fuori nel pollaio, e i suoi antenati gli hanno sempre tramandato il racconto di come fosse divertente “prima” svagarsi sotto il verde degli ulivi del Wadi in cerca di cibo e refrigerio. Lui era solo un pulcino quando ha visto i suoi genitori in lacrime ricevere un ordine di demolizione sottoscritto dalle oche con la cresta, eseguito dalle stesse repentinamente. I suoi genitori sono sempre ostinatamente rimasti attaccati allo stesso angolino di terra vicino al YDA, nonostante una ventina d’anni trascorsi in un campo per galli rifugiati e profughi distante almeno sette chilometri da casa.

“Dopo” esser migrato nuovamente a Wadi Fukin, Abu ha ricominciato una nuova vita, grazie all’impegno dei suoi genitori negli anni da rifugiati, che sono sempre ritornati di notte e per vie secondarie, di nascosto dalle oche, a prendersi cura del villaggio.

Oggi il villaggio è circondato da stagni per le oche e allevamenti illegali a destra e manca, e pure quelli che sarebbero di proprietà degli abitanti di Wadi Fukin, vengono spesso utilizzati dalle oche più per ideologia che per vera necessità. Da quando la banda degli Alécs ha iniziato la tradizione dell’esodo estivo a Wadi Fukin, molto più apprezzato dai componenti della stessa piuttosto che una vacanza al mare o una camminata sul Cimone, gli abitanti del villaggio li hanno accolti con il calore, i qawetti, i macondi ed i cetrioli tipici della loro cultura, instaurando un clima di riconoscenza e stima. Il connubio di erbacce e sudore ha ormai suggellato questa unione tra i locals e gli Alécs.

Il gallo sin dalla prima notte di coinquilinaggio con gli Alécs ha iniziato il consueto canto di benvenuto, timoroso ma puntuale, nell’esprimere se stesso nonostante la presenza dell’oca occupante. Il suo canto per svariati giorni (settimane o forse decenni?) è sempre stato strozzato dalla paura, dal disagio, da una dissimulata indifferenza, risultando interrotto a metà. Sicuramente la presenza degli Alècs non poteva essere in grado di arrecare a lui ed agli abitanti di Wadi Fukin grossi benefici, essendo la forza delle oche qualcosa di incommensurabile. Tuttavia un aspetto positivo di questo esodo c’è stato, ed è andato crescendo durante il mese di agosto. E’ cresciuta infatti la voglia negli abitanti di Wadi Fukin di accogliere persone capaci di raccontare la loro storia a qualcuno di esterno al villaggio, affinché la loro vita possa proseguire ancora nonostante i soprusi delle oche. Probabilmente qualcuno di loro è risultato piuttosto soddisfatto nel vedere ripulita la fonte da cui sgorga il Cappy, bevanda a basso contenuto glicemico fondamentale per la coltivazione dei cetrioli e l’abbeveraggio. Sicuramente uno dei più felici è risultato essere Abu Gallo, che teneva nascosta nel suo comodino una foto di famiglia, nella quale, pulcino, nuotava con i genitori alla fonte del Cappy, vicina al luogo di preghiera.

Da quella sera il canto di Abu Gallo si è fatto pieno, totale, impetuoso, armonico.

Nonostante la presenza dell’oca. Nonostante il verso dell’oca. Gli ordini di demolizione. Le migrazioni forzate. Le uccisioni sommarie e le limitazioni di movimento. La fonte del Cappy inquinata. L’economia dei cetrioli in ginocchio. Il checkpoint tra il pollaio e l’allevamento. La scarsa cura per le cose comuni -aldilàdelpropriopollaio-. L’arrendevolezza. La mancanza della lettera B. La normalizzazione.

Agosto si è concluso e il canto del gallo risuona ancora nella valle.

Questa non è una favola. E’ più un dramma.

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Back to Wadi Fukin

E’ tanto che non parliamo di Wadi Fukin, d’inverno si è dormienti forse, o si è presi da altre elucubrazioni, esperienze, colori in questo posto mai noioso.

Partiamo da un veloce ma recentissimo aggiornamento dal villaggio:  lo scorso 14 giugno 2019, in pieno giorno durante la preghiera del venerdì, un gruppo di coloni è sceso dai vicini(ssimi) settlements per una passeggiata tra i campi dei nostri amici agricoltori.

Le foto parlano da sole: serre squarciate e danneggiate, tubi mozzati, condutture tagliate, piante spezzate o sradicate, vandalismo e pneumatici a terra.

 

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Ricordiamo che eventi del genere sono ALL’ORDINE DEL GIORNO, in tutta la West Bank, nulla di straordinario. Anzi, sono cose straordinarie nella brutalità e meschinità, ma rese ordinarie dalla regolarità, ci si “abitua” quasi, ma solo perchè non siamo quel contadino che ora deve riparare i danni con i pochi introiti di un settore già poco redditizio e da un ambiente messo in ginocchio.

Mettere paura a chi lavora la terra.

Parlarne, far sì che anche solo poche persone possano sapere quanto accade (non c’è spazio a letture politiche, sono fatti semplici e oggettivi) è il poco che possiamo fare per manifestare solidarietà per i palestinesi di Wadi Fukin.

Altri aggiornamenti?

Per rispetto silente, per la delicatezza della questione e per il dolore che camminando per le vie del villaggio ancora si percepisce, non ne abbiamo parlato in questa sede. Ogni giorno si ricevono notifiche di raid notturni, spari, uccisioni.. ma una mattina più delle altre la notizia colpisce, sia per la dinamica assurda dei fatti, sia per la provenienza, questa volta, della vittima: Wadi Fukin. E di nuovo, come per una serra squarciata, ci sentiamo di dare luce alla vicenda di Ahmad, un nome e un volto a qualcosa che accade continuamente, senza tregua. Il cuore si stringe a vedere un gruppo di adolescenti indaffarati a piazzare una lapide in sua memoria all’ingresso del villaggio, silenti, con al collo un pezzo di legno con inciso il suo nome.

E poi..ricordate la storia del ‘Salto’ del muro del post precedente? Il nostro protagonista è tornato indietro,è stato fortunato (?). Lo stesso non si può dire per un ragazzo protagonista di una vicenda che si è svolta pochi giorni dopo quella raccontata qui. Succede che, provando a saltare per raggiungere Gerusalemme un venerdì di preghiera, si inciampi su un proiettile.

E’ stato un maggio sanguinoso soprattutto per i giovani, storie da capogiro ma reali, una doccia fredda in questo mese di caldo Ramadan.

Basta cronaca nera, non ne facciamo spesso, tranquilli: presto torneranno racconti dal villaggio, estivi, di lavori nei campi e di sorrisi, di scottature sul collo e caffè notturni, sentirete con noi il profumo del tramonto.

A presto

Baladi is coming

Saltare

E’ Ramadan, quest’anno dicono sia arrivato improvvisamente cogliendo la gente impreparata: ha piovuto fino all’ultimo, le colline stanno appena ingiallendo ora, e pare ci sia anche meno spensieratezza, più problemi economici, più amarezza nell’aria.

Durante il Ramadan, il venerdì le autorità israeliane fanno eccezionalmente passare molti palestinesi che normalmente non potrebbero transitare se non con un permesso rilasciato dalle stesse autorità israeliane. Queste persone si muovono di buon’ora dagli angoli più lontani della West Bank per riuscire a raggiungere per tempo i checkpoint e, una volta a Gerusalemme, entrare nei giardini della Spianata delle Moschee per pregare nel terzo luogo sacro dell’Islam, in un evento comunitario come pochi al mondo.

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Partiamo, nel cuore della notte. Dopo aver rotto il digiuno della giornata e fatto una passeggiata per le strade della città, godendo dell’atmosfera vibrante di un centro storico illuminato di lanterne colorate, animato da voci e tavoli collettivi allestiti per le vie. Solo in questo mese le strade di sera sono vissute da persone, donne, bambini, palestinesi più uniti del solito in un forte senso di comunità e solidarietà. Si parte dunque, a bordo di un servìs con qualche amico e altri sconosciuti forse con intenzioni simili alle nostre. Raggiungiamo il trafficatissimo checkpoint che separa Ramallah da Gerusalemme: è in pieno fermento, è venerdì mattina e tutto il nord della West Bank sta confluendo qui per poter passare, mentre lo stesso sta accadendo al checkpoint di Betlemme per i palestinesi del sud. Dal ‘nostro lato’, in mezzo alla gente prima dei controlli, sono perfino presenti soldati israeliani, che studiano i comportamenti delle persone e osservano indisturbati commentando in ebraico, nel vortice di questo Esodo. Hanno separato gli ingressi per genere: le donne passano, tutte, indistintamente. Per gli uomini, pare che il criterio di età sia più forte di avere un permesso valido – ah, la discrezionalità. Nel caos della strada polverosa e della folla, facciamo colazione appena prima che ricominci il digiuno, una nutriente pizza con formaggio e za’atar. Studiamo la situazione per una buona mezz’ora, spettatori silenti di questo caos che è però come ovattato, soprattutto per una mente che è concentrata su ben altro in quel momento. Improvvisamente, ci spostiamo insieme seguendo il muro, fino a un luogo non ben identificato e che cambia continuamente nei mesi. In alcuni punti, dal lato palestinese, il muro è altro 1 metro, ma dal lato “israeliano” (si parla sempre di Gerusalemme occupata in fondo) il dislivello diventa di 4 metri.  Ci scambiamo un’occhiata e non c’è bisogno di dire altro: saltiamo. Passa prima Ramzi, il più giovane, e subito lo segue Bashir, compare di una vita, mi fido di lui più di un fratello. Quando arriva il mio turno, mi ritrovo dall’altro lato in un batter d’occhio, quasi non me ne rendo conto, e inizio a seguire i miei amici già in corsa sfrenata verso le luci della moschea poco lontano, dopo alcuni alberi e campi incolti. Appena inizio a muovermi, vedo però in lontananza le luci blu di una jeep della polizia che pattuglia il muro, è piuttosto lontana ma si avvicina velocemente, quasi sicuramente ha ricevuto una soffiata o una segnalazione.. avevo sentito al check point che in diversi avevano intenzione di ‘saltare’, in vari punti, quindi l’allerta è probabilmente alta. Valuto in fretta il da farsi. E’ fatta, sono già a Gerusalemme, probabilmente riesco a raggiungere la moschea o una delle case che intravedo in lontananza senza rischiare troppo.

Ma per la prima volta nella vita, mi sento meno spensierato. Soprattutto rispetto a quando ho ‘saltato’ l’ultima volta, qualche anno fa: sento di avere responsabilità, dei pesi sulle spalle, e forse non posso permettermi il rischio di farmi prendere come un tempo. E soprattutto, per la prima volta, sento che potrebbero prendermi davvero.

Valuto di nuovo, e in un attimo trovo a terra un bastone, lo puntello al muro in modo da accorciarmi la salita – sono abbastanza alto, e se alzo le braccia supero tranquillamente i 2 metri, ma il muro è ora altissimo davanti a me. L’adrenalina e l’allenamento fisico (un calcetto ogni tanto con gli amici, nulla di che) mi aiutano: mi ritrovo in cima in pochi secondi. Una volta in piedi sul muro, mi giro, mi siedo.

Respiro.

Lascio penzolare le gambe.

Guardo nel buio le ombre di Ramzi e Bashir che volano, e le luci blu che si avvicinano veloci ma non abbastanza per prenderli, insh’Allah. Sposto lo sguardo più lontano, la moschea, edifici, potrei quasi distinguere le figure dentro alle case illuminate. Per assurdo, se avessi un’arma potrei quasi sparare alle finestre, e questo rende ancora più chiaro che non è per questi tanto sbandierati ‘motivi di sicurezza’ che il muro esiste. Vedo più lontano le luci di Gerusalemme che vibrano, la foschia si alza, sarà una giornata caldissima. Prendo il telefono e faccio anche un paio di foto, come fosse una gita, un punto panoramico, o magari per studiare meglio in futuro la tratta. O solo perché mi viene istintivo, nell’impotenza forse mi prendo almeno la libertà di fare una foto alle strade che sarebbe mio diritto percorrere.

Il vento caldo mi accarezza le guance accaldate dallo sforzo e dalla tensione, appena mi rilasso sento la stanchezza che mi arriva addosso come una badilata. Da qui in poi, inserisco il pilota automatico: come un automa, mi alzo, mi volto, salto giù, torno vicino al checkpoint quasi senza notare più tutta quella gente e cerco un servìs che mi porti a casa, nuoto controcorrente. Ho bisogno di fumare una sigaretta, per oggi romperò il digiuno, lo recupererò un altro giorno in cui il mio spirito sarà più forte e meno turbato. Mi chiamano i ragazzi al telefono “Fratello, dove sei? Perché non eri dietro di noi?” – “Niente ragazzi, non sono passato”, e dall’altro lato il silenzio, la comprensione.

Sul servìs con me ci sono solo uomini, avevano tutti il permesso per passare ma sono stati rifiutati per motivi di età, se ne tornano a casa con l’amaro di un viaggio a vuoto e di non valere nulla. Sono arrabbiato, non riesco a focalizzare con cosa e con chi, sento solo frustrazione e ingiustizia. Inizio a sentire ora dolore, mi guardo le braccia: hanno strisciato sul cemento dei blocchi con cui è fatto il muro, per sollevarmi ho dovuto far leva su ogni centimetro possibile e noto solo ora graffi, escoriazioni e qualche livido. Ho fallito, e brucia. Mi ero già pregustato una passeggiata in città vecchia a Gerusalemme la mattina presto, o perché no, un po’ di aria fresca sul lungomare di Jaffa, luogo di nascita di mia madre. Albeggia mentre sono in viaggio verso casa, piano piano mi calmo sempre più.. estraggo di nuovo il telefono e faccio un video alle colline illuminate, i terrazzamenti che risplendono sotto i primi raggi di sole.

Mi viene in mente che a Betlemme c’è un graffito (bruttino, a onor del vero) che recita “Nice sunny day in a open air prison”.

Arrivo a casa poco dopo l’alba, mio padre è stupito di vedermi. Sapeva cosa ero andato a fare, non aveva chiesto dettagli perché si fida di me. Dopo un primo momento di stupore incrocia i miei occhi, non ha bisogno di chiedere nulla per capire. Abbassa lo sguardo, mi dà una pacca sulla spalla e mi dice di andarmi a riposare, stasera ospitiamo per l’Iftar (il pasto serale che rompe il digiuno) mia sorella con i bambini e devo essere fresco per intrattenerli come sempre, mi adorano.

Sarà per la prossima volta. Ma per quanto ancora?

 

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