Quindi io non starò buono

Sotto l’alto soffitto a volta e le decorazioni in vetro colorato, quella che sarebbe dovuta essere una Guest House in costruzione a me pareva quasi un tempio. La guida, che ci aveva nei giorni precedenti accompagnati alla scoperta di Nablus e della sua storia, sembrava quasi un profeta. Non perché sentissi di avere una connessione con quello che diceva, o ancora meno perché sentissi di capire completamente, ma piuttosto per la forza emotiva con cui si esprimeva e gli occhi di chi ha visto tante cose succedere. “Abbiamo bisogno del diritto di decidere cosa fare delle nostre vite.” Negli sguardi di tutti gli ascoltatori vedo tante espressioni diverse, ma nessuna di dissenso. “E’ difficile lavorare nel sociale qui, perché molto spesso la gente non sa se ha una scelta.” Si sente in trappola. Questo non ricordo esattamente se lo ha detto davvero ma la mia mente ha riempito lo spazio bianco con questo pensiero quasi in automatico. Perché quello che ha registrato negli ultimi giorni sono visuali da diverse angolazioni ma che spesso convergono in questa stessa immagine. Come i tornelli dei Check-Point, troppo stretti perché qualsiasi essere umano possa non sentirsi in gabbia. “E il nostro problema non sono gli ebrei” parole di un’altra voce, in un altro luogo, ma stesso argomento. “Il nostro problema sono loro” l’uomo indica la colonia alle sue spalle, imponente e brillante come un gioiello, ma altrettanto tossica “loro ci stanno occupando. Loro non dovrebbero esistere”. “Si sono presi tutto” qualcun altro dice. Si prendono tutte le cose materiali e anche le cose che non sono cose. Si prendono ciò che non ha un valore calcolabile, si prendono chi ha un nome e un cognome.

In Palestina tutto è temporaneo, e per i Palestinesi nulla lo è. Pare tutto fisso e immobile, perché qualsiasi pensiero di prospettiva futura è vago, perché non ha molto senso di essere fatto, perché costruire per un futuro incerto è meglio che non costruire affatto. Perché non si riesce a fare altrimenti. Un altro paradosso: è difficile cercare di comprendere il livello di complessità della questione palestinese senza semplificarla. E semplificarla non aiuta a comprenderla. Sto cercando di riportare quello che ho visto e quello che ho sentito, ma sento comunque di stare semplificando troppo. E non sento neppure di avere diritto a queste parole. Vorrei potervi raccontare senza questo filtro, senza questo limite. Vorrei che fosse tutto chiaro e oggettivo, ma in Palestina nulla lo è. Ci sono sempre più lati di una stessa medaglia, più facce di una stessa moneta. Ci sono persino più facce di uno stesso soldato, che mi guarda in maniera diversa solo grazie al mio passaporto. Si parla spesso in Italia della rilevanza di nascere dal lato fortunato del globo, ma qui si tratta semplicemente di nascere dal lato giusto di un muro.

Il muro. Fino a poco tempo fa pensavo di essere nata troppo tardi nella storia del mondo per poter vedere con i miei occhi un muro così. Un muro fatto da mani umane per tenere altre mani umane lontano. Un muro così vivo e così carico di valore umano. Quante vite vale un muro?

La guida di Nablus aveva detto qualcos’altro. Qualcosa che aveva alleggerito l’aria nella stanza per un attimo. “Se smetti di sorridere, loro vincono. Dobbiamo ridere di ogni cosa che riesce a farci ridere. Altrimenti loro hanno già vinto. Potrei di nuovo trovarmi in manette senza nemmeno l’accusa di un crimine esplicito, perché loro non hanno bisogno di un crimine per metterti in prigione. Legge militare. Dovesse capitarmi di essere di nuovo seduto su quella sedia, io quello che potrò fare sarà ridergli in faccia.” Negli sguardi dei presenti e nel mio sento incapacità di sapere come reagire a pensieri come questo. “Sapete perché rido? Perché quello che loro dicono sempre è che un Palestinese buono è un Palestinese morto. E non si rendono conto dell’ironia. Quindi io non starò buono. Io non mi lascerò morire.” Conclude ridendo sinceramente.

Il duplice significato di questa battuta mi fa ancora pensare.

L’uomo con la polo bordeaux

Dheisheh è un campo profughi palestinese situato a sud di Betlemme in Cisgiordania. Fondato nel 1949 inizialmente si estendeva…ma forse non è questo quello di cui vorrei parlarvi, in effetti potete leggerlo su Wikipedia (https://it.wikipedia.org/wiki/Dheisheh). No. In effetti c’è il falafelaro di Deisha (stesso campo, in pratica lo puoi scrivere in mille modi). Quello sì è fenomenale. Ma forse neanche questo è così interessante…beh, è il migliore di Betlemme, quindi è sempre argomento interessante, ma a meno che non vogliate andare a Deisha a breve o non vogliate mandarci il vostro falafelaro di fiducia ad imparare l’arte, non credo che vi possa interessare.

No, in effetti è di lui che vorrei parlarvi. Dell’uomo con la polo bordeaux. L’uomo della foto, Mohamad. 

Mohamad è una persona pacata e sobria. Voce bassa, nel tono e nel volume, ma ferma e precisa. È il tuo classico vicino, l’uomo della porta accanto. Quello che dalle 8 di mattina alle 7 di sera non c’è mai, sempre in ufficio. Quello che se ti serve il sale, sai che lui ce l’ha. Sai che ci si può fidare.

Eppure dalla sua bocca escono parole che al tuo vicino non hai mai sentito pronunciare. Ragazzi, in Europa forse li chiameremmo ragazzini, fucilati e giustiziati dalla “polizia” Israeliana per le strade strette del campo profughi di Deisha. Strade apparentemente tranquille, poco trafficate. In cui ti aspetteresti solo di vedere volare qualche tango un po’ sgonfio, sfrecciare qualche bici o qualche skateboard, non certo sibilare proiettili. Eppure è così che funziona da queste parti. Troppo spesso. Lui lo sa, lui le ha viste queste cose, anche se non lo diresti. Su ogni muro a poca distanza l’una dalle altre, si trovano foto e ritratti dei martiri di Deisha. Qui li chiamano così. Ed hanno ragione. Sono i ragazzi, anzi i ragazzini, di cui si parlava prima. E sono dei martiri. Ragazzini senza colpe, se non quella, secondo i militari israeliani, di essere nati in Palestina e di cercare di tenere viva la speranza di tutti i concittadini del campo profughi. Ragazzini che vivevano quel campo come casa loro, dove erano nati e dove avevano vissuto per tutta la loro breve esistenza. In effetti quel campo, una soluzione “provvisoria” dal 1949, era casa loro. A Deisha, così come a Jenin per esempio, gli abitanti non vogliono andarsene, vogliono rendere casa loro un posto migliore, un posto vivibile. Così nascono tante iniziative: teatri, scuole, circoli, tutto autogestito e vivo. A volte anche questa è una colpa. Una colpa che i cittadini di Deisha e di tutti gli altri campi profughi palestinesi, rischiano di pagare a caro prezzo, trasformandosi in martiri: un esempio per le altre persone.

Mohamad sa tutto questo, sa che è successo e sa che continuerà a succedere. Ma la sua determinazione è incrollabile, così come la sua voglia di continuare a lottare. Di Mohamad ci si può fidare. Avrà sempre un pò di sale da condividere con tutti i “vicini” che glielo chiederanno.

mohamed

Paleostina in punta di piedi

È usanza secolare adottare misure d’intervento nei momenti di difficoltà…

Negli anni passati, esperti hanno capito che l’unico modo per placare gli animi delle persone può avvenire tramite l’intervento inaspettato del piede!

Ebbene si! il piede, preferibilmente sporco, è un ottimo calmante potremmo dire il metodo migliore per la risoluzione di un conflitto. il piede trasmette serenità, gioia… l’incontro prepotente di piedi e gambe che si incrociano permette alle persone che lo praticano di scordarsi dei propri problemi e immergersi in un’esperienza unica, catartica.

Gli esperti affermano che questa pratica può essere svolta sempre in ogni momento della giornata ma soprattutto in un qualsiasi luogo. il pullman è stato uno dei luoghi preferiti assieme al YDA dove poter praticare questa terapia.

E’ importante precisare che l’uso dei piedi è un’esperienza tutta personale, egoistica.

E’ per questo motivo che può essere utilizzata a discapito e insaputa del prossimo, magari nei momenti di debolezza e di sonno altrui, nella foto che potete ammirare il dolce fringuello Ilaria è stata caldamente svegliata dal piede genuino, caloroso, del nostro Alex. questo risveglio ha trasmesso in lei una gioia immensa.

Abbraccia il piede, abbraccia la gioia.

jessica

Napoli, Palestina

È sera quando finalmente raggiungiamo l’ostello a Nablus, per riposarci dopo una lunga giornata passata nei dintorni della città e nelle vie strette del centro.

È la sera prima del Eid, la festa del sacrificio per i musulmani. I mercatini della città vecchia, il cuore di Nablus, stanno chiudendo e solo pochi si avventurano tra i labirintici vicoli di pietra, risalenti all’epoca ottomana, che formano un’architettura urbana meravigliosa.

Il canto del muezzin spezza il silenzio.

Facciamo appena in tempo a prendere la knafeh, il dolce tipico palestinese a base di formaggio ricoperto da una pasta imbevuta di sciroppo zuccherato e pistacchi.

Ce la gustiamo sul tetto dell’ostello, seguendo con gli occhi le luci dei taxi gialli che si allontanano.

È il primo weekend passato fuori da Wadi, il nostro amato villaggio e le emozioni sono forti, è difficile contenerle.

Quella sera sul tetto della Napoli mediorientale il tempo sembra fermarsi.

C’è chi osserva in silenzio il cielo che si scurisce, creando sfumature variopinte di rosso e giallo.

C’è chi si confida con la persona seduta accanto e chi ascolta.

C’è chi si azzarda e si avvicina ai bordi del tetto, sprovvisto di muro.

Fissando un punto all’orizzonte si nota una bandiera palestinese che sventola indisturbata. Spostando lo sguardo, ecco che appare la colonia illegale, situata su una collina, sovrastando prepotentemente la città.

Con un groppo in gola lo sguardo torna a posarsi sulla bandiera. Questa notte Nablus dorme. 

 

agar

Dio è morto

“Non avrai altro Dio all’infuori di me. Questo mi ha fatto pensare”.

Cos’è Hebron?

Hebron è bombe sonore.

Hebron è check point. 

Hebron è militari.

Hebron è color ocra chiaro, di quella luce che ti obbliga a socchiudere gli occhi per vederci meglio.

Hebron è campi bruciati.

Hebron è fichi d’india staccati direttamente dalla pianta.

Hebron è bambini palestinesi che ti puntano addosso una pistola giocattolo e che cercano di capire se sei ebreo.

Hebron è civili israeliani, ebrei ortodossi che camminano con dei mitra dietro la schiena.

Hebron è striscioni sui balconi delle case che dicono “ammazza l’arabo. Questa è la nostra terra”.

Hebron è vedere un cittadino palestinese di quella stessa città non poterla percorrere per intero. 

Hebron è Palestina.

Hebron è separazione.

Hebron è occupazione. 

Hebron è dove, se un Dio mai è esistito, è sicuramente morto. 

Hebron è alberi secolari distrutti.

Hebron è dove l’odio per l’altro è fomentato oltre che autorizzato.

Hebron è dove vedi lanciare bottiglie di piscio sulle strade del mercato. 

Hebron è mercato e spezie. 

Hebron è strade deserte.

Hebron è vergognosamente dolorosa.

Hebron è rabbia viscerale.

Hebron è testimonianza.

Hebron è resistenza. 

Hebron è un luogo sacro dove un edificio è metà moschea e metà sinagoga, e i militari ai check point controllano il flusso dei credenti. 

Hebron è dove nel nome di un Dio, si è ucciso. 

“Dio è morto. Sui bordi delle strade, Dio è morto.”

federica

 

Ad esempio a me piace questo Baladi

Giro giro tondo

proprio qui nel nostro mondo

liberi ancor non siamo

e diritti non ne abbiamo

Corri, corri via,

c’è un colono sulla via

mai da sola posso stare

né dal campetto ritornare

Ma fermi, fermi tutti

sono nostri questi frutti

questa acqua, queste case

il futuro, niente scuse

Quindi salta, salta a tempo,

e di’ no a questo tormento

Lyn, Talin, Sawar e Lamar

Wadi Fukin mai abbandonar!

Ora giù, giù per terra

non vogliamo questa guerra

ma sui fiori col sole sognar

pace, gioia e libertà.

fra.JPG

Radici

“Questo ulivo è il più vecchio. Ha circa 2400 anni.” Toccando la corteccia guardo gli altri suoi fratelli e sorelle. Tutti questi alberi sono più vecchi del conflitto. Più vecchi della Palestina stessa. Hanno visto la nascita e caduta di civiltà ma non si sa se sopravvivranno a questa guerra. “Per fortuna questo si è salvato dall’incendio, ma quei tre alberi là sono rimasti danneggiati, e quella zona completamente distrutta.” L’uomo guarda corrucciato le zolle di terra dove una volta crescevano gli ulivi mancanti. Quando si dice che gli Israeliani hanno fatto “terra bruciata” non è solo una metafora. L’uomo ci mostra Il resto del suo terreno, offrendoci frutta di ogni tipo raccogliendola dagli alberi per noi. Non importa quanto i Palestinesi abbiano perso, avranno sempre qualcosa da dare a un ospite, a chi ha voglia e tempo di ascoltare.

Hebron è una ferita ancora aperta e fra i più dolorosi campi di battaglia della diaspora Palestinese. Casa di Abramo, prima capitale di Israele e luogo santo per la religione ebraica sotto vari punti di vista, a quanto pare sono abbastanza ragioni per commettere atrocità inspiegabili nel nome di Dio. Shuhada Street ai nostri occhi appare come un cimitero di ciò che esisteva prima del conflitto. Negozi con portoni sbarrati, case abbandonate e un silenzio quasi surreale ci avvolgono mentre camminiamo dove i Palestinesi non posso camminare. Una volta la via era piena di vita, banchi da mercato e negozianti riempivano le strade, ma ora rimane solo un senso di vuoto. Al balcone di una delle poche case ancora abitate c’è un cartello appeso visibile per chiunque cammini il marciapiede: “This is Apartheid”; e un altro subito sotto: “Free Palestine”. A quasi cento metri dall’altro lato della strada ci sono cartelli istituiti dallo stato (militare) israeliano, raccontano la loro versione dei “terribili atti terroristici antisemiti” e della “liberazione del quartiere ebraico dagli invasori arabi”. Mentre cammino penso alle parole di un libro che sto leggendo, a come esistano due tipi di libertà: libertà da e libertà di. Penso anche a come il ramo d’ulivo sia il simbolo internazionale di pace, come una mano tesa verso l’altro, un ponte che potrebbe abbattere qualsiasi muro. Israele non ha solo dato fuoco al ramo d’ulivo, ha imparato a trasformarlo in un’arma, davanti agli occhi del mondo che resta a guardare. E persino per noi è difficile guardare e non cadere nella trappola. È difficile sforzarsi di ricordare che Israele siamo stati noi a dargli vita, a costruirlo e a legittimarlo. È difficile non dissociarsi dalla brutalità e totalità che vedi ai tornelli dei check-point. Soprattutto quando tu, internazionale, sei trattato come in un qualsiasi paese europeo e sai che questo mondo per te è solo temporaneo e non ti riguarda. Non ti viene chiesto di scendere dall’autobus e subire un controllo separato da tutti gli altri, passare sotto un metal detector che suonerà a prescindere o aspettare ore fra i tornelli prima di poter tornare a casa, a 50 metri dal filo spinato e dal cemento. Non cresci sentendoti un invasore in casa tua, sulla tua terra, l’unica che hai mai conosciuto. Noi queste cose non sappiamo neanche cosa significhino. In tutto questo panorama l’unica cosa confortante e familiare sono gli ulivi. Resilienti e secolari, sono stati soggetto di molti canti e poesie durante la storia dell’uomo. Anche se, in un luogo come Hebron, fanno quasi sembrare il conflitto fisso e immutabile, eterno come gli alberi. 

ilaria

Cuori di pomodoro

Polposo, succoso, rosso, appiccicoso.

Il pomodoro è un ortaggio dalle mille risorse e gli abitanti di Wadi Fukin ben lo sanno. E’ una delle coltivazioni più in voga, forse in competizione soltanto con quella del temutissimo cetriolo (ma questa è un’altra storia).

La nascita della coltura del pomodoro in terra palestinese sicuramente avrà origini antichissime ma le narrazioni e testimonianze a noi giunte partono dagli anni ‘70, quando gli abitanti iniziarono a ripopolare il villaggio. 

Infatti, successivamente al ‘48 furono costretti a scappare dalle loro case e pur di non abbandonare i campi, vi facevano ritorno ogni mattina per coltivarli, per poi tornare la sera a Betlemme, nel campo profughi di Dheisheh in cui si erano rifugiati.

Dall’amore per la propria terra, dalla volontà e desiderio di affermarsi e autodefinirsi, è nata nel tempo la Cooperativa delle Donne di Wadi Fukin.

Seme dopo seme, piantina dopo piantina e nonostante le scarse risorse idriche a disposizione, queste donne sono riuscite a costruire delle cattedrali in serra, ogni serra un piccolo regno, ogni regno popolato da piccoli ortaggi, ogni ortaggio un piccolo cuore pulsante, tanti piccoli cuori di pomodoro. 

La Mamma pomodoro, nonché la presidentessa storica della cooperativa, si chiama Shafika (anche detta Nonna Shakifa oppure Shakira in chiave pop) e insieme alle altre pomodoresse, Manal, Umm Naderm, Jamila, hanno iniziato noi volontari stagionali al magico mondo dei Bandura (parola araba per dire pomodoro).

Da bravi cittadini, e da come si nota nella foto, inizialmente era necessaria molta concentrazione per testare e capire dal colore del pomodoro e dalla soffice e soda consistenza se l’ortaggio fosse pronto per la raccolta. Ma nel campo Baladi viene selezionata solo gente molto sveglia per cui siamo diventati rapidamente abili nel riconoscimento e raccolta del cuore di pomodoro maturo.

Tanti piccoli cuori rossi di resistenza pulsano in ogni serra della Cooperativa delle Donne di Wadi Fukin, simboli di resilienza, autonomia e fermezza, sotto l’occhio onnipresente e dittatoriale della colonia circostante.

Cuori di Bandura.

elisa

Senso: uno potrebbe pensare che

Uno potrebbe pensare che in Palestina sia usanza tenere i canarini liberi in casa, per questo si inscatolano i balconi per non far fuggire i fischiettanti e colorati volatili da compagnia che i Palestinesi tanto amano. Uno potrebbe pensare che i Palestinesi siano molto coscienziosi e ricoprano i loro balconi di reti per scongiurare il rischio che uno dei loro bambini si avventuri troppo oltre la ringhiera. Uno potrebbe addirittura pensare che i Palestinesi siano grandi appassionati di fisica e si dilettino nel costruire gabbie di Faraday casalinghe per scambiarsi fulmini tra vicini. 

Queste ipotesi sarebbero comunque meno assurde della realtà dei fatti. La foto che segue è stata scattata a Hebron, ridente località dell’assolato sud Palestinese, città che ospita la moschea di Abramo (quell’Abramo), patria del foul, saporitissimo stufato di fave con aglio e limone. In quello che era il centro di Hebron ora ci vivono tra i 500 e gli 800 coloni Israeliani inisieme ad altri 1500 soldati dell’esercito Israeliano, nel centro di una delle più grandi città palestinesi che conta circa 200’000 abitanti. I simpatici amici riccioluti dicono che quella è casa loro e che è un luogo sacro per il mondo ebraico e che il gioco cel’avevo io ed è mio e ci gioco solo io, ecco. I residenti di Hebron dicono che non c’è bisogno di agitarsi tanto e che comunque qui ci abitavo io, cosa vuoi tu che sei arrivato e vuoi giocare con i miei giochi e manco chiedi permesso, maleducato.

Sta di fatto che i coloni, arrivati nel 1968, fanno un gran casino, si appropriano di uno dei quartieri del centro storico di Hebron e dicono che adesso lì ci stanno loro e vaccelloadireconlamaestra. Il fatto provoca diverse conseguenze, tra le quali: chiusura della città e divisione della stessa in due parti, svariati anni di impossibilità di movimento e forte controllo militare, soffocamento dell’economia della città, conflitto, botte, morti, celosonoandatodireconlamaestra. 

I balconi che si vedono, sono di case palestinesi che affacciano sulla colonia Israeliana (una volta strada centrale di Hebron), questi si sono dovuti chiudere il balcone in una gabbia per evitare i coloni gli tirassero i sassi e la spazzatura in casa. 

Ora se ci fosse una maestra con un po’ di buon senso, insegnerebbe ai bimbi indisciplinati a giocare insieme a tutti gli altri bambini, ma qui non ci sono maestre.

Uno potrebbe pensare che sta roba non abbia senso, uno non avrebbe tutti i torti.

alex

La banda del gallo interrotto

Questa non è una favola.

Adiacente alla più antica abitazione di Wadi Fukin vive un gallo alquanto goffo nel suo pollaio, il suo nome è Abu Gallo e fortuna vuole vederlo respirare la stessa aria dei vicini stagionali dirimpettai. Come accade da 5 anni a questa parte, i suoi vicini, che si chiamano tutti Alécs, sono soliti tornare in gran numero ad agosto per festeggiare il mese più caldo dell’estate, così, contento, lui ogni anno si prepara a cantare per loro.

Abu Gallo ha sempre sognato di vivere pacificamente, anche al di fuori nel pollaio, e i suoi antenati gli hanno sempre tramandato il racconto di come fosse divertente “prima” svagarsi sotto il verde degli ulivi del Wadi in cerca di cibo e refrigerio. Lui era solo un pulcino quando ha visto i suoi genitori in lacrime ricevere un ordine di demolizione sottoscritto dalle oche con la cresta, eseguito dalle stesse repentinamente. I suoi genitori sono sempre ostinatamente rimasti attaccati allo stesso angolino di terra vicino al YDA, nonostante una ventina d’anni trascorsi in un campo per galli rifugiati e profughi distante almeno sette chilometri da casa.

“Dopo” esser migrato nuovamente a Wadi Fukin, Abu ha ricominciato una nuova vita, grazie all’impegno dei suoi genitori negli anni da rifugiati, che sono sempre ritornati di notte e per vie secondarie, di nascosto dalle oche, a prendersi cura del villaggio.

Oggi il villaggio è circondato da stagni per le oche e allevamenti illegali a destra e manca, e pure quelli che sarebbero di proprietà degli abitanti di Wadi Fukin, vengono spesso utilizzati dalle oche più per ideologia che per vera necessità. Da quando la banda degli Alécs ha iniziato la tradizione dell’esodo estivo a Wadi Fukin, molto più apprezzato dai componenti della stessa piuttosto che una vacanza al mare o una camminata sul Cimone, gli abitanti del villaggio li hanno accolti con il calore, i qawetti, i macondi ed i cetrioli tipici della loro cultura, instaurando un clima di riconoscenza e stima. Il connubio di erbacce e sudore ha ormai suggellato questa unione tra i locals e gli Alécs.

Il gallo sin dalla prima notte di coinquilinaggio con gli Alécs ha iniziato il consueto canto di benvenuto, timoroso ma puntuale, nell’esprimere se stesso nonostante la presenza dell’oca occupante. Il suo canto per svariati giorni (settimane o forse decenni?) è sempre stato strozzato dalla paura, dal disagio, da una dissimulata indifferenza, risultando interrotto a metà. Sicuramente la presenza degli Alècs non poteva essere in grado di arrecare a lui ed agli abitanti di Wadi Fukin grossi benefici, essendo la forza delle oche qualcosa di incommensurabile. Tuttavia un aspetto positivo di questo esodo c’è stato, ed è andato crescendo durante il mese di agosto. E’ cresciuta infatti la voglia negli abitanti di Wadi Fukin di accogliere persone capaci di raccontare la loro storia a qualcuno di esterno al villaggio, affinché la loro vita possa proseguire ancora nonostante i soprusi delle oche. Probabilmente qualcuno di loro è risultato piuttosto soddisfatto nel vedere ripulita la fonte da cui sgorga il Cappy, bevanda a basso contenuto glicemico fondamentale per la coltivazione dei cetrioli e l’abbeveraggio. Sicuramente uno dei più felici è risultato essere Abu Gallo, che teneva nascosta nel suo comodino una foto di famiglia, nella quale, pulcino, nuotava con i genitori alla fonte del Cappy, vicina al luogo di preghiera.

Da quella sera il canto di Abu Gallo si è fatto pieno, totale, impetuoso, armonico.

Nonostante la presenza dell’oca. Nonostante il verso dell’oca. Gli ordini di demolizione. Le migrazioni forzate. Le uccisioni sommarie e le limitazioni di movimento. La fonte del Cappy inquinata. L’economia dei cetrioli in ginocchio. Il checkpoint tra il pollaio e l’allevamento. La scarsa cura per le cose comuni -aldilàdelpropriopollaio-. L’arrendevolezza. La mancanza della lettera B. La normalizzazione.

Agosto si è concluso e il canto del gallo risuona ancora nella valle.

Questa non è una favola. E’ più un dramma.

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