Saltare

E’ Ramadan, quest’anno dicono sia arrivato improvvisamente cogliendo la gente impreparata: ha piovuto fino all’ultimo, le colline stanno appena ingiallendo ora, e pare ci sia anche meno spensieratezza, più problemi economici, più amarezza nell’aria.

Durante il Ramadan, il venerdì le autorità israeliane fanno eccezionalmente passare molti palestinesi che normalmente non potrebbero transitare se non con un permesso rilasciato dalle stesse autorità israeliane. Queste persone si muovono di buon’ora dagli angoli più lontani della West Bank per riuscire a raggiungere per tempo i checkpoint e, una volta a Gerusalemme, entrare nei giardini della Spianata delle Moschee per pregare nel terzo luogo sacro dell’Islam, in un evento comunitario come pochi al mondo.

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Partiamo, nel cuore della notte. Dopo aver rotto il digiuno della giornata e fatto una passeggiata per le strade della città, godendo dell’atmosfera vibrante di un centro storico illuminato di lanterne colorate, animato da voci e tavoli collettivi allestiti per le vie. Solo in questo mese le strade di sera sono vissute da persone, donne, bambini, palestinesi più uniti del solito in un forte senso di comunità e solidarietà. Si parte dunque, a bordo di un servìs con qualche amico e altri sconosciuti forse con intenzioni simili alle nostre. Raggiungiamo il trafficatissimo checkpoint che separa Ramallah da Gerusalemme: è in pieno fermento, è venerdì mattina e tutto il nord della West Bank sta confluendo qui per poter passare, mentre lo stesso sta accadendo al checkpoint di Betlemme per i palestinesi del sud. Dal ‘nostro lato’, in mezzo alla gente prima dei controlli, sono perfino presenti soldati israeliani, che studiano i comportamenti delle persone e osservano indisturbati commentando in ebraico, nel vortice di questo Esodo. Hanno separato gli ingressi per genere: le donne passano, tutte, indistintamente. Per gli uomini, pare che il criterio di età sia più forte di avere un permesso valido – ah, la discrezionalità. Nel caos della strada polverosa e della folla, facciamo colazione appena prima che ricominci il digiuno, una nutriente pizza con formaggio e za’atar. Studiamo la situazione per una buona mezz’ora, spettatori silenti di questo caos che è però come ovattato, soprattutto per una mente che è concentrata su ben altro in quel momento. Improvvisamente, ci spostiamo insieme seguendo il muro, fino a un luogo non ben identificato e che cambia continuamente nei mesi. In alcuni punti, dal lato palestinese, il muro è altro 1 metro, ma dal lato “israeliano” (si parla sempre di Gerusalemme occupata in fondo) il dislivello diventa di 4 metri.  Ci scambiamo un’occhiata e non c’è bisogno di dire altro: saltiamo. Passa prima Ramzi, il più giovane, e subito lo segue Bashir, compare di una vita, mi fido di lui più di un fratello. Quando arriva il mio turno, mi ritrovo dall’altro lato in un batter d’occhio, quasi non me ne rendo conto, e inizio a seguire i miei amici già in corsa sfrenata verso le luci della moschea poco lontano, dopo alcuni alberi e campi incolti. Appena inizio a muovermi, vedo però in lontananza le luci blu di una jeep della polizia che pattuglia il muro, è piuttosto lontana ma si avvicina velocemente, quasi sicuramente ha ricevuto una soffiata o una segnalazione.. avevo sentito al check point che in diversi avevano intenzione di ‘saltare’, in vari punti, quindi l’allerta è probabilmente alta. Valuto in fretta il da farsi. E’ fatta, sono già a Gerusalemme, probabilmente riesco a raggiungere la moschea o una delle case che intravedo in lontananza senza rischiare troppo.

Ma per la prima volta nella vita, mi sento meno spensierato. Soprattutto rispetto a quando ho ‘saltato’ l’ultima volta, qualche anno fa: sento di avere responsabilità, dei pesi sulle spalle, e forse non posso permettermi il rischio di farmi prendere come un tempo. E soprattutto, per la prima volta, sento che potrebbero prendermi davvero.

Valuto di nuovo, e in un attimo trovo a terra un bastone, lo puntello al muro in modo da accorciarmi la salita – sono abbastanza alto, e se alzo le braccia supero tranquillamente i 2 metri, ma il muro è ora altissimo davanti a me. L’adrenalina e l’allenamento fisico (un calcetto ogni tanto con gli amici, nulla di che) mi aiutano: mi ritrovo in cima in pochi secondi. Una volta in piedi sul muro, mi giro, mi siedo.

Respiro.

Lascio penzolare le gambe.

Guardo nel buio le ombre di Ramzi e Bashir che volano, e le luci blu che si avvicinano veloci ma non abbastanza per prenderli, insh’Allah. Sposto lo sguardo più lontano, la moschea, edifici, potrei quasi distinguere le figure dentro alle case illuminate. Per assurdo, se avessi un’arma potrei quasi sparare alle finestre, e questo rende ancora più chiaro che non è per questi tanto sbandierati ‘motivi di sicurezza’ che il muro esiste. Vedo più lontano le luci di Gerusalemme che vibrano, la foschia si alza, sarà una giornata caldissima. Prendo il telefono e faccio anche un paio di foto, come fosse una gita, un punto panoramico, o magari per studiare meglio in futuro la tratta. O solo perché mi viene istintivo, nell’impotenza forse mi prendo almeno la libertà di fare una foto alle strade che sarebbe mio diritto percorrere.

Il vento caldo mi accarezza le guance accaldate dallo sforzo e dalla tensione, appena mi rilasso sento la stanchezza che mi arriva addosso come una badilata. Da qui in poi, inserisco il pilota automatico: come un automa, mi alzo, mi volto, salto giù, torno vicino al checkpoint quasi senza notare più tutta quella gente e cerco un servìs che mi porti a casa, nuoto controcorrente. Ho bisogno di fumare una sigaretta, per oggi romperò il digiuno, lo recupererò un altro giorno in cui il mio spirito sarà più forte e meno turbato. Mi chiamano i ragazzi al telefono “Fratello, dove sei? Perché non eri dietro di noi?” – “Niente ragazzi, non sono passato”, e dall’altro lato il silenzio, la comprensione.

Sul servìs con me ci sono solo uomini, avevano tutti il permesso per passare ma sono stati rifiutati per motivi di età, se ne tornano a casa con l’amaro di un viaggio a vuoto e di non valere nulla. Sono arrabbiato, non riesco a focalizzare con cosa e con chi, sento solo frustrazione e ingiustizia. Inizio a sentire ora dolore, mi guardo le braccia: hanno strisciato sul cemento dei blocchi con cui è fatto il muro, per sollevarmi ho dovuto far leva su ogni centimetro possibile e noto solo ora graffi, escoriazioni e qualche livido. Ho fallito, e brucia. Mi ero già pregustato una passeggiata in città vecchia a Gerusalemme la mattina presto, o perché no, un po’ di aria fresca sul lungomare di Jaffa, luogo di nascita di mia madre. Albeggia mentre sono in viaggio verso casa, piano piano mi calmo sempre più.. estraggo di nuovo il telefono e faccio un video alle colline illuminate, i terrazzamenti che risplendono sotto i primi raggi di sole.

Mi viene in mente che a Betlemme c’è un graffito (bruttino, a onor del vero) che recita “Nice sunny day in a open air prison”.

Arrivo a casa poco dopo l’alba, mio padre è stupito di vedermi. Sapeva cosa ero andato a fare, non aveva chiesto dettagli perché si fida di me. Dopo un primo momento di stupore incrocia i miei occhi, non ha bisogno di chiedere nulla per capire. Abbassa lo sguardo, mi dà una pacca sulla spalla e mi dice di andarmi a riposare, stasera ospitiamo per l’Iftar (il pasto serale che rompe il digiuno) mia sorella con i bambini e devo essere fresco per intrattenerli come sempre, mi adorano.

Sarà per la prossima volta. Ma per quanto ancora?

 

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Il pezzo di carta e la costrizione – pt.2

…Costrizione?

Era dal 2016 che non provavo a passare il 300 a piedi. E questo perché sono fortunata, ho un passaporto internazionale e un visto israeliano, ho diverse vie alternative per passare di là.

Il 300 è il check point che unisce, o meglio separa – assieme allo sconfinato muro alto nove metri – Betlemme e Gerusalemme. È tra i pochissimi check point che i palestinesi – quelli che hanno un permesso – possono provare ad attraversare per andare a Gerusalemme, e devono farlo a piedi non in macchina, nemmeno come passeggeri. Alle 4 del mattino è affollato di lavoratori a chiamata che passano di là sperando di avere una giornata di lavoro che li aspetta: in quelle ore le griglie che mettono in fila la gente di attesa sono talmente affollate che le persone si arrampicano e camminano sopra gli altri per provare a passare prima, se e quando i soldati decidono di far defluire la folla.

Alle 10 del mattino non avrebbe dovuto esserci tanta gente al check point, ma il cancello è chiuso, così, senza motivo, dunque una piccola folla si accumula gradualmente. Dopo circa 40 minuti (ma io ero arrivata dopo, alcuni dicono di aspettare da un’ora), si apre il primo tornello, la gente inizia a spintonarsi, ma tanto siamo subito fermi al tornello successivo. Faccio passare avanti tante persone, è come se per senso di colpa non me la senta di passare prima di loro, che se lo fanno tutti i giorni, o che non hanno alternativa, nel caso siano riusciti a ottenere un permesso per una visita medica, per andare a pregare ad al-Aqsa, per trovare un parente. 20180817_102455Si apre il secondo tornello, gli uomini soprattutto si accalcano, hanno fretta, rallentano giusto per fare rispettosamente passare donne e uomini anziani. Un ragazzo col bimbo in braccio mi osserva e dopo un po’ dice agli altri di far passare anche me, arrossisco e ringrazio, appena accenno una parola in arabo delle tre che so, iniziano a scherzare, sorridere, si è tutti sulla stessa barca in fondo, in quel momento. Al terzo tornello, dopo il metal detector, c’è il controllo documenti, e finalmente si vede il primo essere umano in divisa dietro un grosso vetro scuro: tutti gli altri passaggi sono controllati in remoto, telecamere, macchine, tutto asettico e che minimizza il contatto, porte che si aprono e chiudono come per magia, senza ragione, senza aver qualcuno a cui chiedere di aprire.

In questo capannone di ferro ci si sente come polli in batteria.

Al controllo documenti ci sono due scelte:

  1. Coda veloce: basta posare il documento su un lettore digitale, ma per passare bisogna guardare in una telecamera, per la registrazione e riconoscimento facciale(?).
  2. Coda lenta: bisogna spalmare il documento sul vetro scuro vicino alla faccia del soldato, ma per passare devi anche mettere il dito su un rilevatore di impronta digitale.

Io sono una categoria a parte, non mi viene chiesto di lasciare l’impronta, o di guardare in una telecamera. E noi, che in Europa ci scandalizziamo per la nuova normativa sulla privacy, forse possiamo capire la gravità di questa raccolta dati in un sistema che vive di spionaggio, occupazione, ricatto, raccolta di informazioni. Non mi sembra di aver visto nessuno firmare una liberatoria, non c’è scelta: anzi, sei tra i fortunati che possono ‘uscire’ dalla gabbia, la Cisgiordania, a patto di rientrare prima del tramonto? Queste sono le condizioni. Alla fine, per me, solo un’ora e mezza per percorrere 50 metri, non è male, mica lo faccio tutti i giorni.

 

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Qui un breve video, ben fatto, che rende l’idea della quotidianità al 300.

300

Immagini che rievocano quelle che ritraggono i migranti che provano a passare la frontiera, una volta. Ma qui è tutti i giorni, e chissà, forse fa ancora più male, perchè stai andando nel tuo stesso paese.

Ma non perdete tempo a guardare su Google Maps, il muro quasi non si vede, tanto meno il checkpoint, e il navigatore vi indicherà di percorrere una strada che non esiste, è stata interrotta dal muro costruito per circondare la Tomba di Rachele e tenerla dal lato israeliano (oppure vi dirà “Spiacenti, non siamo riusciti a calcolare le indicazioni stradali“). Provate.

La strada che univa Hebron a Gerusalemme, ora si interrompe a Betlemme. Così.

 

Il pezzo di carta e la costrizione – pt.1

Il pezzo di carta

Sono le 6.30 del mattino, l’aria è frizzante ma il sole sta salendo, e ci sono già tre persone che attendono fuori dalla porta del Ministero degli Interno (“Population and Immigration Authority”). La porta è chiusa, una piccola porta blu in mezzo a tante insegne e vetrine: se non si nota il piccolo cartello fuori – o meglio, se non se ne ha bisogno – quasi non ci si fa caso, all’esistenza di uno degli uffici chiave per le vite di moltissime persone in questo posto. Due ragazzi (30 anni al massimo) provenienti dal sud-est asiatico, un signore che inizialmente abbiamo creduto un impiegato dell’ufficio, visto il piglio con il quale ha organizzato la fila (in arabo, ebraico e inglese per star sicuri), in modo che potesse assentarsi mezz’oretta senza perdere il posto. E noi tre. Durante la nostra attesa, arrivano i primi impiegati e guardie a timbrare il cartellino, mentre la fila si allunga: volti da mille paesi, anche diversi ebrei ultraortodossi, molti europei/nordamericani, tantissimi asiatici – probabilmente ‘care-giver’, termine ormai noto anche in Italia perché più ampio rispetto a ‘badante’.

Finalmente saliamo, siamo tranquille, non dovremmo avere problemi per il rinnovo del visto, anche se la trafila è durata settimane. Eppure, alla prima domanda innocua (“siete insieme? in che ufficio dovete andare?”) tradiamo un’agitazione notevole, una necessità di coordinamento nella paura di dare risposte sbagliate o contrastanti. Nervi a fior di pelle.

Ce la sbrighiamo in poco tempo, le impiegate sono anche relativamente gentili, sempre molto rigide e intransigenti su certe cose (“Non posso dare resti, se non ha l’importo esatto non le rilascio nulla”) ma per fortuna va tutto liscio. Probabilmente è ancora presto. In passato, ho assistito a metà mattina a scene allucinanti, grida e insulti in inglese a persone che non hanno capito una procedura, hanno dimenticato un foglio o la fototessera, o semplicemente hanno chiesto un’informazione allo sportello sbagliato. Persone dalla faccia spaurita: non capiscono bene la lingua, tanto meno il labirinto di procedure, insegne e cartelli in ebraico. Persone che tuttavia devono incassare senza battere ciglio e con l’espressione mesta, poichè tutto è appeso al tanto agognato pezzo di carta incollato al passaporto che ti dà modo di restare, per quanto? Tre mesi? Un anno? E poi via, altro giro di giostra, altri uffici…

Per non parlare dei controlli aeroportuali, da soli meriterebbero dieci capitoli, ma ogni volta c’è quel brivido di essere respinti, di avere problemi sul lavoro futuro, di ricevere controlli troppo severi e far avere problemi a noi stessi, ai colleghi, a chi ci viene a trovare, a ciò che trasportiamo, ecc.

Sai cosa? Siamo generazioni fortunate: il passaporto italiano è ben spendibile a livello internazionale e per le vacanze difficilmente dobbiamo chiedere visti per le mete più frequentate. Soprattutto, quasi non abbiamo memoria di quando si usava il passaporto per andare ovunque, o di quella cosa strana, la DOGANA… diamo per scontato il libero movimento, l’Europa la schifiamo ma Schengen è una bella fortuna. Mobilità di persone, cose, capitali. E da bravi euro(italo)-centrici, nell’ordine: 1.Ci dimentichiamo che nel resto del mondo esistono ancora i visti (da chiedere con largo anticipo, da pagare, da fare interviste in ambasciata, da rischiare anche il rifiuto, ecc.), bestie rare ai nostri occhi; 2.Diamo per scontato che le frontiere in Europa non torneranno mai, e che i trasporti saranno sempre economici e facilmente accessibili… in soldoni, che nostro nipote potrà andare a studiare in Germania, lavorare in Francia e bersi una sangria nel weekend in Spagna. 3.Le poche volte che capiamo di vivere in una enclave fortunata, ci arrocchiamo, chiudiamo, e vogliamo tenere questo mondo privilegiato per noi, e solo per noi.

——

Negli schermi in sala d’attesa, nell’ufficio visti del Ministero Israeliano, c’è UNA sola cosa tradotta in inglese dall’ebraico: il motto “Regolarizza la tua permanenza per godere di diritti aggiuntivi”, qualcosa del genere.

Diritti aggiuntivi? Più diritti?

In uno stato moderno, in quella che si autodefinisce la “Democrazia del Medio-Oriente”, ci sono cittadini con più e con meno diritti. Quel motto è forse un invito ad avvalersi della Legge del Ritorno israeliana, la quale “garantisce la cittadinanza israeliana ad ogni persona di discendenza ebraica del mondo, purché si trasferisca in Israele con l’intenzione di viverci e di rimanervi e a condizione, se ancora in età, di compiere il servizio militare, che per i maschi dura tre anni e per le femmine due”. In uno stato di diritto (secolare), basta avere una discendenza ebraica (religiosa) per avere la cittadinanza (e notevoli benefit).

Diritti aggiuntivi? Più diritti? Non mi è nuova, questa teoria, per cui certi cittadini siano intitolati ad avere più diritti degli altri, o quantomeno prima degli altri (questa concezione temporale è tanto vaga concettualmente quanto strumentale a livello di comunicazione populista e becera).

 

Ebbene, visto che a breve è Natale, auguro

a voi che criticate l’immigrato, il richiedente asilo, il migrante economico, che denigrate la protezione umanitaria, di aver bisogno un giorno di un pezzo di carta dato da altri per tirare un sospiro di sollievo e per dormire sereni, almeno qualche notte, finché non si avvicinerà l’ennesima scadenza.

Auguro, a chiunque si sciacqui la bocca e la coscienza dicendo “prima quelli, poi gli altri, poi questi” gerarchizzando il genere umano, a chi inasprisce regole e muri senza provare a capire il dramma della migrazione e soprattutto della costrizione e della mancanza di libero arbitrio, di scelta, di alternative…

di farsi una giornata in un qualunque ufficio visti/immigrazione di qualunque paese. Vedrà paura, ansia per il futuro, per la propria famiglia, speranze appese a un filo, spesso a una valutazione discrezionale e arbitraria, o a una marca da bollo sbagliata.

Vedrà umanità, ma non la riconoscerà, avendola persa.

Se uno avesse tempo…

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Se uno avesse tempo di mettersi seduto in fondo a questo tunnel e stare a guardare la porta di questo baretto di Hebron noterebbe che i palestinesi hanno una certa propensione al caffettino. È come il bianchetto: ti metti a sedere, ti portano una tazzina con un caffettino e ogni 20 minuti te lo riempiono. La media è di 11 paglie all’ora, si parla di calcio, di politica e di quanto le proprie spose siano problematiche da gestire. L’importante è stamparsi un mezzo ghigno in faccia e annuire ogni volta che un compare ti spara un “inshalla”.

Se uno avesse tempo di mettersi seduto in fondo a questo tunnel e stare a guardare la porta di questo baretto di Hebron coglierebbe il nucleo della cultura palestinese.

Cartellino giallo

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Questo è uno dei cartelli che si trovano quando si entra in area A in West Bank. Sono cartelli che l’autorità Israeliana mette all’entrata delle città Palestinesi per avvertire i propri cittadini del pericolo di morte che si corre ad entrare in questi territori pieni di terroristi. La legge Israeliana proibisce ai propri cittadini di entare in area A, molti lo fanno comunque. “Primo avvertimento poi ti mando negli spogliatoi”

Teste Calde d’Ariete

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Bettar Hillit cola dalle colline che sovrastano la valle, ogni giorno un mattone, ogni giorno l’imponenza dei grossi condomini adombra il villaggio quando il sole scende oltre l’orizzonte. Ogni giorno impavidi coloni scendono in valle per cercare refrigerio nelle vasche di raccolta delle acque agricole. Ogni giorno si consuma lento questo conflitto silenzioso e a bassa intensità. Ogni giorni un uomo al tramonto espira, svuota la testa dai pensieri del quotidiano, si ferma, accenda una sigaretta e alza lo sguardo. Ibrahim è il suo nome, nome caro a tutti i culti che si contendono questa terra benedetta…e maledetta. È fiero e leale, conduce con naturale carisma. I suoi occhi sono stanchi e acuti, i suoi capelli lasciano lentamente spazio a una calvizie che dona al volto i segni del saggio. Quando parla con noi la sua bocca si storce in un mezzo sorriso. Ci racconta la storia, ci racconta la vita del villaggio, si racconta senza filtri abbozzando sempre quel mezzo sorriso, non ha bisogno di prendersi troppo sul serio, legge la realtà da un libro che in parte ha scritto anche lui. Quando incontri queste persone non puoi fare altro che stare ad ascoltare e sperare un giorno di essere capace di storcere la bocca e ghignare della vita come lui.